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Nervi e muscoli invecchiano insieme, ma l’allenamento può rallentare il declino

 

Elav 7/10/25

L’invecchiamento è un processo multidimensionale caratterizzato da cambiamenti fisiologici e morfologici che influenzano la qualità della vita, con un declino delle capacità motorie evidente già a partire dalla quarta decade.

Le evidenze scientifiche supportano l’idea che la capacità funzionale, soprattutto dopo i 60 anni, sia sostanzialmente ridotta e che il deterioramento del sistema nervoso periferico possa esserne una delle cause principali.

Sfortunatamente, sebbene esistano numerose ricerche sulla sarcopenia incentrate sulla preservazione della massa e della funzione muscolare, la ricerca sulle contromisure per proteggere la funzione dei nervi periferici è minima.

Il deterioramento dei nervi periferici si riflette in una riduzione del numero di assoni dei motoneuroni funzionanti e/o nella degradazione degli assoni motori.

Questi risultati comportano una trasmissione degli impulsi nervosi al muscolo effettore bersaglio più lenta con possibili conseguenze funzionali, come movimenti più lenti o mobilità ridotta, tutti fattori che possono portare ad una riduzione della qualità della vita.

Inoltre, gli anziani presentano vari gradi di perdita di forza e massa muscolare a causa di questi effetti e possono diventare più suscettibili allo sviluppo di sarcopenia.

Comunemente riscontrato in soggetti con lesioni o malattie nervose, il declino della funzionalità del sistema nervoso periferico porta spesso a disfunzioni neuromuscolari, come malattie neurodegenerative (sclerosi laterale amiotrofica) e neuropatie periferiche (neuropatia diabetica, sindrome di Guillain-Barré).

L’allenamento contro resistenza è stato a lungo prescritto agli anziani come mezzo per la vitalità a lungo termine.

È noto che gli individui che rimangono attivi per tutta la vita hanno una migliore mobilità, una maggiore indipendenza e una maggiore aspettativa di vita.

Studi precedenti hanno dimostrato come l’allenamento contro resistenza possa contrastare la perdita della funzione nervosa in nervi che hanno subito lesioni. Tuttavia, non è ancora chiaro se sia in grado di migliorare la funzione nervosa anche in persone sane e non infortunate, soprattutto anziane. Visti i benefici offerti dall’allenamento contro resistenza, è plausibile considerarlo come un metodo per contrastare le perdite della funzione nervosa.

Lo studio di Shields et al. (Med Sci Sports Exerc. 2025 Oct 1;57(10):2101-2107. doi: 10.1249/MSS.0000000000003767, ha analizzato gli effetti dell’allenamento contro resistenza sulla velocità di conduzione nervosa e l’influenza dell’età su tali variazioni.

Sono stati selezionati quarantotto soggetti (18–84 anni).

Lo studio è stato condotto su quattro gruppi, inizialmente separati per età (giovani = 18-35 anni e anziani ≥60 anni) e poi assegnati in modo casuale ad un gruppo di intervento e uno di controllo. Ne sono derivati ​​un gruppo di allenamento (YT, n = 14) e uno di controllo composto da giovani (YC, n = 12), un gruppo di allenamento (OT, n = 14) e uno di controllo composto da anziani (OC, n = 8).

L’allenamento è stato condotto tre volte a settimana utilizzando un kit di allenamento per la presa della mano ed è durato quattro settimane. Le sessioni di test sono state eseguite prima (PRE) e dopo (POST) le quattro settimane di studio. Durante ogni sessione sono stati condotti test di conduzione nervosa motoria (NVC) e di forza massima di presa della mano (MVC).

Ai partecipanti è stato chiesto di mantenere le normali attività quotidiane per tutta la durata dello studio.

Gli autori hanno valutato la funzione dei nervi motori attraverso test elettrofisiologici standardizzati. Si sono applicati stimoli elettrici di intensità crescente (a partire da 5 mA, poi a step di 5 mA) lungo il nervo mediano. Questo ha permesso di reclutare progressivamente più unità motorie fino a ottenere la risposta muscolare massima (M-wave). Questa risposta era registrata in due punti diversi lungo il nervo: prossimale (ascella) e distale (fossa antecubitale). Per ciascun sito si è misurata la latenza (tempo in millisecondi), cioè il tempo che intercorreva tra lo stimolo e la risposta muscolare.

La  NCV è stata calcolata secondo la formula:

  • distanza tra i due siti di stimolazione (mm) / latenza prossimale (ms) – latenza distale (ms)

La temperatura cutanea è stata mantenuta costante (~30 °C), inquanto può influire sulla NCV.

Per misurare MVC, i partecipanti hanno eseguito contrazioni volontarie massimali utilizzando un dinamometro idraulico. La procedura prevedeva: 2–3 contrazioni di riscaldamento al 50% dello sforzo massimo. Poi, due prove massimali per braccio, ciascuna della durata di 4–5 secondi. I soggetti ricevevano forte incoraggiamento verbale per garantire il massimo impegno. Tra una prova e l’altra veniva concesso 1 min di recupero. Il valore più alto registrato (espresso in kg) veniva considerato la forza massima.

I soggetti dei gruppi di allenamento (giovani e anziani) si sono allenati in casa. La durata delle sedute era di circa 30–45 minuti ciascuna.

L’attrezzatura fornita consisteva in: un Hand Gripper Regolabile, Stress Ball, Grip Ring, Grip Master e un Finger Stretcher Resistance Band.

Sono stati forniti anelli e bande di resistenza aggiuntivi (10–50 lb e 8–21 lb) per garantire un sovraccarico progressivo.

I soggetti hanno ricevuto schede illustrate e spiegazioni pratiche dopo i test iniziali per l’esecuzione degli esercizi.

Ogni soggetto teneva un diario di allenamento e il  gruppo di ricerca effettuava controlli settimanali (telefonate o messaggi).

L’intervento è stato progettato per essere semplice, accessibile e sostenibile a casa, senza bisogno di una palestra.

I risultati hanno evidenziato che per la NCV, non c’è stata un’interazione significativa tra età, gruppo, tempo e lato allenato (quindi giovani vs anziani, braccio dominante vs non dominante non hanno fatto differenza). È emersa invece una chiara interazione gruppo–tempo: i gruppi di allenamento (giovani e anziani) hanno mostrato un aumento significativo della NCV dopo quattro settimane (giovani: P < 0,001, d = 0,749; anziani: P < 0,001, d = 0,679).

I gruppi di controllo non hanno mostrato nessun cambiamento significativo.

In media, la NCV è aumentata del 5,6% nei gruppi allenati.

Per la MVC, nessuna interazione significativa età–gruppo–tempo–lato. Tuttavia, si sono osservate interazioni tempo–lato e gruppo–tempo. Il gruppo YT ha mostrato un aumento significativo della forza di presa in entrambi gli arti (sinistro: P = 0,001; destro: P = 0,004), con effetti piccoli (d = 0,34 e 0,23).

Il gruppo OT non hanno mostrato miglioramenti statisticamente significativi, anche se i dati individuali indicavano una tendenza positiva. I gruppi di controllo hanno mostrato nessun cambiamento.

Quindi, l’allenamento sulla forza della presa ha aumentato la velocità di conduzione nervosa in entrambi i gruppi di età.

La forza massimale è migliorata solo nei giovani. Questo suggerisce che l’esercizio può essere una strategia efficace per contrastare il deterioramento nervoso legato all’età, anche se gli adattamenti di forza negli anziani richiedono probabilmente più tempo.

In conclusione, i risultati suggeriscono che l’allenamento contro resistenza può rappresentare un metodo valido per contrastare il deterioramento nervoso legato all’età. Questi risultati mostrano che l’allenamento contro resistenza può migliorare la qualità della vita e generare maggiore indipendenza per le popolazioni più anziane.

 

Esercizi A Catena Cinetica Aperta Dopo Ricostruzione Del LCA

ELAV 24/4/25

Un obiettivo chiave nella riabilitazione degli infortuni sportivi è garantire un ritorno allo sport (RTS) sicuro ed efficiente, riducendo al minimo il rischio di re-infortunio e ottimizzando la funzionalità dell’articolazione del ginocchio dopo ricostruzione del legamento crociato anteriore (ACLR, anterior cruciate ligament reconstruction).

I protocolli iniziali di riabilitazione spesso danno priorità agli esercizi a catena cinetica chiusa (CKC) per il loro profilo di sicurezza, poiché inducono un basso stress sull’innesto (graft), aumentando le forze di compressione tibiofemorale e l’attivazione dei muscoli ischiocrurali, limitando al contempo la traslazione tibiale anteriore. Tuttavia, gli esercizi CKC non sono ottimali per isolare e rafforzare il muscolo quadricipite, fondamentale per ripristinare la funzionalità del ginocchio e ridurre il rischio di recidiva.

Nonostante solide prove dimostrino che gli esercizi a catena cinetica aperta (OKC) non compromettono la stabilità dell’innesto e migliorano significativamente la forza del quadricipite, il loro utilizzo rimane controverso nella pratica clinica. In particolare, persistono le preoccupazioni relative alla lassità dell’innesto, portando ad un’implementazione incoerente degli esercizi OKC nella riabilitazione del legamento crociato anteriore (LCA).

Studi recenti indicano che una combinazione di esercizi CKC e OKC può migliorare il recupero del quadricipite, promuovere un RTS più precoce e migliorare i risultati funzionali, senza aumentare la lassità tibiale anteriore.

Studi biomeccanici hanno dimostrato che la sollecitazione del LCA durante l’estensione del ginocchio con tecnica OKC (3,8%) è significativamente inferiore rispetto a quella sperimentata durante la deambulazione normale (13%).

Inoltre, studi che hanno confrontato esercizi CKC e OKC nelle fasi iniziali dopo l’intervento, riportano costantemente una forza isocinetica e resistenza superiore dei muscoli estensori del ginocchio con esercizi OKC a 3, 6 o 12 settimane dopo l’intervento.

Le attuali linee guida per la pratica clinica supportano l’uso sicuro degli esercizi OKC anche nella riabilitazione iniziale, sottolineandone il loro ruolo nel migliorare la forza del quadricipite e accelerare la RTS senza compromettere la stabilità del ginocchio. Infatti, la forza del quadricipite è fortemente associata ad esiti favorevoli, tra cui un miglioramento dell’andatura, delle prestazioni funzionali, della qualità della vita e una riduzione del rischio di recidiva e di osteoartrite del ginocchio. Il recupero della forza del quadricipite e la simmetria tra l’arto operato e quello non operato sono criteri essenziali per il progresso della riabilitazione, il ritorno alla corsa e la ripresa delle attività sportive. Poiché gli esercizi OKC prendono di mira efficacemente il quadricipite, la loro implementazione precoce può migliorare il recupero e il tempo di RTS.

Nonostante questi benefici, le incongruenze nei protocolli di ricerca, come le variazioni nei tipi di innesto, nelle dimensioni del campione, nelle strategie di intervento, limitano l’applicabilità clinica delle prove esistenti. Le attuali linee guida mancano di criteri standardizzati per determinare il momento appropriato per l’introduzione di esercizi OKC, portando ad una certa variabilità nella pratica.

Nello studio di Forelli et al. (Sports Med Open. 2025 Apr 12;11(1):37. doi: 10.1186/s40798-025-00843-8), gli autori, tramite una revisione esplorativa (scoping review), hanno voluto identificare i criteri chiave impiegati nella letteratura scientifica per l’introduzione sicura di esercizi a catena cinetica aperta per il rafforzamento del muscolo quadricipite femorale dopo ricostruzione del legamento crociato anteriore.

Sono stati considerati solo studi che includevano pazienti sottoposti a ricostruzione del LCA con innesti del tendine del bicipite femorale o del tendine rotuleo (qualsiasi altro tipo di intervento chirurgico è stato escluso), indipendentemente dalla loro attività sportiva e dal livello. La fascia d’età dei partecipanti era limitata ad un minimo di 16 anni e un massimo di 60 anni. Non sono stati inclusi pazienti sottoposti a meniscectomia, con lesioni cartilaginee o difetti osteocondrali, lesioni del legamento collaterale mediale, lesioni del legamento crociato posteriore o recidive del LCA. Inoltre, sono stati considerati solo studi che includevano pazienti che avevano eseguito esercizi di rinforzo del quadricipite utilizzando qualsiasi tipo di esercizio OKC (con e senza resistenza), indipendentemente dal tipo resistenza (resistenza manuale, macchine isotoniche leg extension, isocinetico, ecc.), dalla posizione della resistenza (tibia prossimale o distale), dall’entità del carico, dal tipo di contrazione muscolare, dall’ampiezza di movimento del ginocchio o dalla durata del protocollo.

Ventisei studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione. Ventuno hanno utilizzato criteri temporali per l’introduzione di esercizi OKC.

Il tempo mediano da quando l’esercizio OKC è stato permesso era di 15 giorni postoperatori (intervallo 1-270 giorni), mentre il tempo medio era di 31,6±56,7 giorni postoperatori.

I risultati suggeriscono che i criteri clinici possono essere preziosi per orientare l’introduzione di esercizi OKC di rafforzamento del quadricipite nella riabilitazione del LCA. Indicatori clinici come un punteggio del dolore < 2 o 3/10 su una scala numerica di valutazione del dolore, un ROM del ginocchio (0–100°), l’assenza di versamento articolare, la deambulazione senza stampelle e la completa estensione del ginocchio, forniscono parametri pratici per personalizzare i protocolli riabilitativi in ​​base alle esigenze individuali del paziente.

L’introduzione di esercizi OKC con un range di movimento limitato (ad esempio, 90°–45°) nelle fasi postoperatorie iniziali sembra essere sicura, contribuendo a migliorare la forza del quadricipite senza influire negativamente sull’integrità dell’innesto. Ciò è particolarmente rilevante dato il ruolo del carico meccanico nell’adattamento dell’innesto. Infatti, l’adattamento dei tessuti biologici, inclusi i tendini, al carico meccanico è un principio fondamentale della riabilitazione. I tendini, come quelli utilizzati negli innesti del legamento crociato anteriore, subiscono adattamenti ipertrofici e strutturali in risposta ad un carico controllato, evidenziando l’importanza di un adeguato stress meccanico durante il recupero. È stato dimostrato che un carico precoce e progressivo promuove un rimodellamento tissutale ottimale e un recupero funzionale, poiché stimola l’attività cellulare e la sintesi di collagene, migliorando così le proprietà meccaniche dell’innesto. La somiglianza tra lo stress meccanico imposto dagli esercizi OKC e quello sperimentato durante la deambulazione normale supporta ulteriormente la loro sicura integrazione nella riabilitazione.

Inoltre, l’assenza di differenze significative nella lassità tibiale anteriore, nella forza del quadricipite, nella funzionalità riferita dal paziente o nella funzionalità fisica tra l’introduzione precoce e tardiva degli esercizi OKC rafforza l’idea che ritardare gli esercizi OKC potrebbe non essere necessario quando i criteri clinici indicano l’idoneità. Infatti, l’attivazione selettiva del quadricipite negli esercizi OKC può svolgere un ruolo cruciale nell’affrontare l’inibizione muscolare artrogena e prevenire i deficit a lungo termine del quadricipite, associati ad un recupero ritardato e ad un aumento del rischio di lesione secondaria del LCA.

In conclusione, la maggior parte degli studi (n=21) ha utilizzato criteri basati sul tempo per l’introduzione degli esercizi OKC, con un tempo mediano di 15 giorni postoperatori; meno della metà (n=5) ha valutato indicatori clinici.

La mancanza di criteri standardizzati limita il processo decisionale clinico basato sull’evidenza. Si dovrebbero considerare, comunque, sia i criteri clinici che quelli basati sul tempo per personalizzare la riabilitazione, garantendo un rafforzamento sicuro ed efficace del quadricipite e monitorando al contempo i progressi del paziente. Strategie di carico progressivo possono supportare ulteriormente l’adattamento dell’innesto e ottimizzare il recupero. La ricerca futura dovrebbe mirare a stabilire linee guida standardizzate, studiando l’impatto dell’introduzione precoce o ritardata di esercizi OKC, dei diversi tipi di innesto e del carico progressivo nell’esercizio OKC sulla funzionalità del quadricipite e sulla stabilità del ginocchio.

 

Esercizio E Mal Di Schiena

ELAV  26/06/24

La lombalgia è una condizione altamente diffusa e invalidante. La lombalgia è la principale causa di anni vissuti con disabilità e si stima che colpirà 619 milioni di persone in tutto il mondo nel 2020, con un numero destinato ad aumentare fino a 843 milioni entro il 2050. Circa il 70% degli individui sperimenta una recidiva di lombalgia entro 12 mesi successivi al recupero da un episodio. Le recidive contribuiscono in modo sostanziale alla malattia e al peso economico sugli individui e sulla società. La combinazione di esercizio fisico e istruzione ha dimostrato aiutare a prevenire il ripetersi di lombalgia, disabilità associata e assenteismo dal lavoro. Gli interventi basati sull’esercizio valutati fino ad oggi hanno tipicamente incluso programmi con lavori di gruppo che di solito richiedono una stretta supervisione clinica e l’uso di attrezzature, e che potrebbe incorrere in un costo elevato. Questi fattori limitano potenzialmente l’accessibilità di questi programmi in pazienti con dolore lombare ricorrente. Camminare è un esercizio a basso rischio, adattabile a stili di vita frenetici e accessibile alla maggior parte delle persone, indipendentemente dallo stato socioeconomico o dalla posizione geografica. Camminare offre una serie di benefici per la salute, tra cui una migliore salute cardiovascolare, un miglioramento della cognizione e dell’umore e una riduzione del rischio di malattie non trasmissibili. Sebbene i benefici per la salute derivanti dal camminare siano stati ampiamente esplorati, nessuno studio ha esaminato la sua efficacia nel prevenire le recidive della lombalgia. Nello studio di Pocovi et al. (Lancet. 2024 Jun 19: S0140-6736(24)00755-4. doi: 10.1016/S0140-6736(24)00755-4), gli autori hanno voluto verificato l’efficacia clinica di un intervento individualizzato e progressivo di camminata e educazione per prevenire il ripetersi della lombalgia. I soggetti selezionati erano adulti (>=18 anni) che si erano ripresi da un episodio di lombalgia non specifica nei sei mesi precedenti. Lo studio ha coinvolto un totale di settecento uno soggetti (80% donne). L’età media dei partecipanti era di 54 anni (DS 12). I soggetti sono stati seguiti per un minimo di 12 mesi e un massimo di 36 mesi, a seconda della data di ingresso nello studio. Un episodio di lombalgia aspecifica è stato definito come dolore nell’area tra la dodicesima costola e il solco gluteo, non attribuito a una diagnosi specifica (p. es., frattura vertebrale, infezione o cancro) della durata di almeno 24 ore, con un’intensità del dolore maggiore di 2, su una scala numerica di valutazione del dolore da 0 a 10, e che aveva causato almeno una certa o importante interferenza con le attività quotidiane. Dopo aver completato un questionario di base, i partecipanti sono stati assegnati in modo casuale ad un gruppo di intervento, che ha seguito un protocollo educativo e di camminata progressivo individualizzato da parte di un fisioterapista, o a un gruppo di controllo senza trattamento. Il protocollo educativo mirava a fornire una conoscenza di base della moderna scienza del dolore e a ridurre la paura associata alla lombalgia. Sono state discusse semplici strategie per ridurre il rischio di recidiva di lombalgia e istruzioni su come autogestire eventuali recidive minori. Il programma di camminata è stato completato dai partecipanti nel loro tempo libero. L’obiettivo era che i partecipanti trovassero il tempo e l’energia per camminare cinque volte a settimana per almeno 30 min entro i sei mesi dall’inizio dello studio. Se la lombalgia si ripresentava ed era abbastanza grave da limitare la loro attività fisica, i partecipanti dovevano comunicarlo ai ricercatori tramite e-mail. L’intervento si è rivelato efficace nel prevenire un episodio di lombalgia limitante l’attività (rapporto di rischio 0,72; IC 95% 0,60-0,85, p=0,0002). Il tempo mediano della recidiva è stato di 208 giorni (IC 95% 149-295) nel gruppo di intervento e 112 giorni (89-140) nel gruppo di controllo. In conclusione, un intervento individualizzato e progressivo di camminata ed educazione, ha ridotto significativamente la recidiva della lombalgia. La camminata è un’attività a basso rischio ampiamente accessibile a vecchi e giovani, ricchi e poveri. È anche una delle attività fisiche più facili da integrare in uno stile di vita frenetico.

 

Olio D’oliva E Rischio Di Demenza

 ELAV  09/05/24

Un terzo degli anziani muore di malattia di Alzheimer o di altra demenza (Il termine demenza è utilizzato per indicare diverse malattie che colpiscono la memoria, il pensiero e la capacità di svolgere attività quotidiane). Mentre i decessi dovuti a malattie come ictus e malattie cardiache sono diminuiti negli ultimi 20 anni, i tassi di mortalità per demenza standardizzati per età sono in aumento. La dieta mediterranea ha guadagnato popolarità grazie ai suoi riconosciuti e molteplici benefici per la salute, in particolare sugli esiti cardiovascolari. Sempre più studi suggeriscono che questo modello dietetico ha anche un effetto benefico sulla salute cognitiva. Nell’ambito della dieta mediterranea, l’olio d’oliva può esercitare attività antinfiammatorie e effetti neuroprotettivi grazie al suo alto contenuto di acidi grassi monoinsaturi e altri composti con proprietà antiossidanti come la vitamina E e i polifenoli. Nello studio di Tessier et al. (JAMA Netw Open. 2024 May 1;7(5): e2410021. doi: 10.1001/jamanetworkopen.2024), gli autori hanno esaminato l’associazione tra l’assunzione di olio d’oliva e il conseguente rischio di morte correlata alla demenza e valutare l’associazione congiunta con la qualità della dieta e la sostituzione di altri grassi. Questo studio prospettico di coorte ha esaminato i dati del Nurses’ Health Study (NHS; 1990-2018) e dell’Health Professionals Follow-Up Study (HPFS; 1990-2018). La popolazione comprendeva donne del NHS e uomini del HPFS che erano esenti da malattie cardiovascolari e cancro al basale. I dati sono stati analizzati da maggio 2022 a luglio 2023. Il consumo di olio d’oliva è stato valutato ogni quattro anni utilizzando un questionario sulla frequenza alimentare e classificato come (1) mai o meno di una volta al mese, (2) tra 0 e minore o uguale a 4,5 g/giorno, (3) tra 4,5 g/giorno a 7 g/giorno e (4) maggiore di 7 g/giorno. Per valutare la qualità della dieta si è utilizzato il Alternative Healthy Eating Index (sistema di punteggio che valuta la qualità della dieta sulla base di alimenti e nutrienti specifici associati a un ridotto rischio di malattie croniche) e il Mediterranean Diet score. La morte per demenza è stata accertata dai registri dei decessi. Dei 92.383 partecipanti, 60.582 (65,6%) erano donne e l’età media (SD) era di 56,4 (8,0) anni. Durante i 28 anni di follow-up (2.183.095 anni-persona), si sono verificati 4.751 decessi correlati alla demenza. I risultati hanno evidenziato che il consumo di almeno 7 g/giorno di olio d’oliva era associato ad un rischio inferiore del 28% di morte correlata alla demenza (HR, hazard ratio, aggregato aggiustato, 0,72 IC 95%, 0,64-0,81) rispetto ad un consumo che si verificava mai o raramente di olio d’oliva. Non è stata trovata alcuna interazione tra i punteggi di qualità della dieta. Nelle analisi di sostituzione, la sostituzione di 5 g/giorno di margarina e maionese con la quantità equivalente di olio d’oliva è stata associata ad un tasso compreso tra l’8% (IC al 95%, 4%-12%) e il 14% (IC al 95%, 7%-20 %) di minor rischio di mortalità per demenza. Le sostituzioni con altri oli vegetali o burro non erano significative. Concludendo, in soggetti adulti (la popolazione studiata era statunitense), un maggiore consumo di olio d’oliva era associato ad un minor rischio di mortalità correlata alla demenza, indipendentemente dalla qualità della dieta. Oltre alla salute del cuore, i risultati estendono le attuali raccomandazioni dietetiche sulla scelta dell’olio d’oliva e di altri oli vegetali per quella legata alle funzioni cognitive.

 

Esercizio Fisico E Depressione

 ELAV  27/02/24

Il disturbo depressivo maggiore è una delle principali cause di disabilità in tutto il mondo ed è stato riscontrato che diminuisce il livello di soddisfazione della vita più del debito, del divorzio e del diabete e che esacerba le comorbilità, comprese le malattie cardiache, l’ansia e il cancro. Sebbene le persone affette da disturbo depressivo maggiore spesso rispondano bene ai trattamenti farmacologici e alla psicoterapia, molti sono resistenti al trattamento. Inoltre, l’accesso al trattamento per molte persone affette da depressione è limitato, con solo il 51% di copertura del trattamento per i paesi ad alto reddito e il 20% per quelli a basso e medio-basso reddito. paesi a reddito. L’esercizio fisico può essere un complemento efficace o un’alternativa ai farmaci e alla psicoterapia. Oltre ai benefici per la salute mentale, l’esercizio ha effetti positivi a livello fisico e cognitivo. Le linee guida per la pratica clinica negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia raccomandano l’attività fisica come parte del trattamento per la depressione. Ma queste linee guida non forniscono raccomandazioni chiare e coerenti sulla dose o sulla modalità di esercizio. Nello studio di Noetel et al. (BMJ. 2024 Feb 14:384: e075847. doi: 10.1136/bmj-2023-075847), gli autori hanno svolto una revisione sistematica e meta analisi (a rete, network meta-analysis) per identificare la dose ottimale e la modalità di esercizio per il trattamento del disturbo depressivo maggiore, rispetto alla psicoterapia, agli antidepressivi e a condizioni di controllo. Per essere idonei all’inclusione, gli studi dovevano essere studi controllati randomizzati che consideravano l’esercizio fisico come trattamento per la depressione e includevano partecipanti che soddisfacevano i criteri per il disturbo depressivo maggiore, diagnosticati dal medico o identificati attraverso l’autovalutazione dei partecipanti come superanti le soglie cliniche stabilite. Sono stati inclusi 218 studi per un totale di 14170 partecipanti. Rispetto ai controlli attivi (ad es., cure abituali, compressa placebo), sono state riscontrate riduzioni moderate della depressione camminando o facendo jogging (n = 1210, Hedges’ g -0,62, intervallo di credibilità al 95% da -0,80 a -0,45), yoga (n=1047, g da -0,55, da -0,73 a -0,36), allenamento per la forza (n=643, g da -0,49, da -0,69 a -0,29), esercizi aerobici misti (n=1286 , g -0,43, da -0,61 a -0,24) e tai chi o qigong (n=343, g da -0,42, da -0,65 a -0,21). Gli effetti dell’esercizio erano proporzionali all’intensità prescritta. L’articolo non ha analizzato i meccanismi causali tra esercizio e sintomi depressivi diminuiti, ma le tendenze nei dati sono utili per generare delle ipotesi. È improbabile che un singolo meccanismo causale spieghi tutti i risultati della revisione. Invece, una combinazione tra interazione sociale, consapevolezza o accettazione esperienziale, maggiore autoefficacia, immersione in spazi verdi, meccanismi neurobiologici, ed affetto acuto positivo, si combinino per generare risultati. Meta-analisi precedenti hanno scoperto che ciascuno di questi fattori è associato ad una diminuzione dei sintomi depressivi, ma nessun singolo trattamento copre tutti i meccanismi. Alcuni possono promuovere maggiormente la consapevolezza (mindfulness; ad esempio, lo yoga), essere più sociali (ad esempio, esercizi di gruppo), essere condotti in spazi verdi (ad esempio, camminare), fornire un affetto più positivo (ad esempio, “euforia del corridore”), o essere più favorevole a adattamenti in acuto che possono aumentare l’autoefficacia (ad esempio, la forza). Modalità di esercizio come la corsa possono soddisfare molti dei meccanismi, ma è improbabile che promuovano direttamente la consapevolezza di sé fornita dallo yoga e dal qigong. Entrambe queste forme di esercizio sono spesso praticate in gruppi con consapevolezza esplicita, ma raramente hanno cicli di feedback rapidi e oggettivi che migliorano l’autoefficacia. In conclusione, l’esercizio fisico risulta essere un trattamento efficace per la depressione, risultando essere più efficaci le passeggiate o il jogging, yoga e allenamento per la forza, in particolare se intensi. Lo yoga e l’allenamento della forza sono stati ben tollerati rispetto ad altri trattamenti. L’esercizio fisico è apparso ugualmente efficace per le persone con e senza comorbilità e con diversi livelli di base di depressione. Queste forme di esercizio potrebbero essere considerate insieme alla psicoterapia e agli antidepressivi come trattamenti fondamentali per la depressione.

 

Digiuno Intermittente Ed Esercizio Fisico

 ELAV  16/03/24

L’allenamento fisico e il digiuno intermittente sono modi efficaci per migliorare la composizione corporea e la salute cardiometabolica negli adulti in sovrappeso e obesi, ma è meno chiaro se la combinazione di esercizio fisico e digiuno intermittente causi effetti additivi o sinergici. Indipendentemente dal tipo di esercizio, varie meta-analisi hanno dimostrato che l’esercizio migliora la salute cardiometabolica, migliorando la resistenza all’insulina, i profili lipidici e la pressione sanguigna negli adulti sovrappeso e obesi con condizioni di comorbidità. Anche gli interventi dietetici, principalmente la restrizione calorica, sono efficaci, ma hanno il potenziale di influenzare negativamente la massa muscolare. Negli ultimi anni, il digiuno intermittente è diventato un approccio alternativo e popolare per facilitare la perdita di peso. Esistono diversi modelli alimentari come il digiuno a giorni alterni (ADF, alternate day fasting), le diete 5 più 2 e il consumo a tempo limitato (TRE, time-restricted eating). Indipendentemente dal tipo, diverse meta-analisi hanno confermato che il digiuno intermittente è efficace nel ridurre il peso corporeo e la massa grassa e nel migliorare i profili lipidici, i marcatori glicemici e la pressione sanguigna. Tuttavia, non è ancora ben stabilito se la combinazione di esercizio fisico e digiuno intermittente offra ulteriori benefici. Nello studio di Khalafi et al. (Nutr J. 2024 Jan 6;23(1):7. doi: 10.1186/s12937-023-00909-x), gli autori hanno eseguito una revisione sistematica con meta analisi per confrontare gli effetti combinati rispetto a quelli indipendenti di esercizio e digiuno intermittente sulla composizione corporea e sulla salute cardiometabolica negli adulti. Undici studi hanno soddisfatto tutti i criteri di inclusione e sono stati inclusi nella meta-analisi. Di questi, sette studi includevano esercizi combinati e digiuno intermittente, nonché gruppi di solo esercizio fisico e gruppi di solo digiuno intermittente, e quattro studi includevano esercizi combinati e digiuno intermittente, nonché gruppi di solo esercizio fisico. Sono stati inclusi un totale di 606 partecipanti. I partecipanti avevano un’età compresa tra 21 e 45 anni con un BMI medio compreso tra 22 e 37 kg/m2. Le dimensioni del campione dei singoli studi variavano da 20 a 98. Tra questi studi, tre includevano solo donne, uno includeva solo uomini e sette studi includevano sia uomini che donne. Tutti gli studi inclusi utilizzavano sessioni di esercizio supervisionate con durate dell’intervento che variava da 4 a 16 settimane e frequenza delle sessioni da 3 a 5 sessioni a settimana. Il tipo di esercizio includeva HIIT in quattro studi, tre studi utilizzavano allenamento aerobico e quattro studi utilizzavano allenamento contro resistenza combinata e allenamento aerobico o a intervalli. Per il digiuno intermittente, sette studi hanno utilizzato giorni di alimentazione e digiuno 5:2 o 4:3, tre studi hanno utilizzato i protocolli TRE e uno studio ha utilizzato Ramadan Intermittent Fasting. Per la composizione corporea, l’esercizio combinato e il digiuno intermittente hanno ridotto il peso corporeo, il BMI, il grasso corporeo, il grasso viscerale e la circonferenza della vita in modo significativamente maggiore rispetto all’esercizio da solo. Tuttavia, l’esercizio combinato e il digiuno intermittente non hanno ridotto il peso corporeo e la massa grassa in modo significativamente maggiore rispetto al solo digiuno intermittente. Per i profili lipidici, combinare l’esercizio e digiuno intermittente, non hanno ridotto i lipidi rispetto all’esercizio da solo. La combinazione di esercizio e digiuno intermittente non ha ridotto significativamente i lipidi rispetto al solo digiuno. Questa revisione ha dimostrato che una combinazione di esercizio fisico e digiuno intermittente produce cambiamenti superiori nella composizione corporea, ma non nei marcatori della salute cardiometabolica, rispetto all’esercizio fisico o al solo digiuno intermittente. L’esercizio più il digiuno intermittente potrebbero quindi essere efficaci per la perdita di peso e grasso, ma non hanno effetti additivi per i marcatori di salute cardiometabolica. Da sottolineare è che le popolazioni allenate o atleti sono state esclusi. Tutti i partecipanti erano in sovrappeso o obesi con o senza comorbilità. Sebbene ciò faccia luce su questo determinato gruppo di popolazione, che comunque trarrà beneficio da interventi dietetici e di attività fisica per facilitare la perdita di peso e migliorare la salute e il benessere generale, i risultati dello studio non possono essere applicati a popolazioni allenate (atleti e non) sane che si allenano anche nel tentativo di migliorare la loro composizione corporea. Inoltre, gli interventi inclusi sono durati dalle 4 alle 16 settimane, periodo di tempo non molto lungo. Forse, con più tempo, la riduzione del peso corporeo e della massa grassa avrebbe potuto comportare anche un miglioramento dei marcatori di salute cardiometabolica. Sono necessari ulteriori studi per determinare l’esercizio specifico e l’intervento di digiuno intermittente che promuove i maggiori miglioramenti nella composizione corporea e il miglioramento dei marcatori di salute cardiometabolici, anche in soggetti allenati.

 

Seduti Ad Arti Incrociati O Paralleli?

 ELAV  28/03/23

Gli adolescenti e gli adulti trascorrono in media 7,7 ore al giorno seduti (Matthews et al., 2008), e molte di loro spesso adottano una posizione con un arto accavallato sull’altro (la cosiddetta “a gambe incociate”). I risultati di uno studio (Reiss M, 1994) hanno evidenziato come nel campione di soggetti analizzato (292 studenti della facoltà di medicina) il 62% incrociava l’arto destro sul sinistro, il 26% il contrario, mentre il 12% non mostrava preferenze. Ci sono in genere due modi di sedersi ed incrociare gli arti; uno è con la parte posteriore del ginocchio della coscia superiore appoggiata sulla coscia sottostante e l’altro con la parte laterale della caviglia. Ma per quanto comodo possa essere sedersi in questo modo, ci sono delle controindicazioni per la salute e la postura? In primo luogo, la ricerca mostra che sedersi con gli arti inferiori incrociati può aumentare il disallineamento dei fianchi (Jung et al., 2020), portando ad una maggiore obliquità pelvica (definita dall’angolo tra il piano orizzontale e la linea che collega entrambe le spine iliache antero-superiori). La posizione, infatti, richiede la flessione e l’adduzione dell’anca e, di conseguenza, un rotazione della colonna vertebrale a causa della rotazione pelvica. Viene anche modificata la velocità con cui il sangue scorre nei vasi sanguigni degli arti inferiori, il che può aumentare il rischio di coaguli di sangue (Tremblay et al., 2019). La maggior parte delle ricerche suggerisce che l’incrocio a livello delle ginocchia sia peggiore di quello alle caviglie. Sedersi con gli arti incrociati può portare anche ad ulteriori effetti emodinamici distinti sulla vascolarizzazione degli arti inferiori, come un aumento della pressione arteriosa media, a causa del ristagno di sangue nelle vene, portando il cuore a dover compiere un maggior lavoro. Inoltre, questa postura può compromette la funzione endoteliale nella vascolarizzazione degli arti inferiori, comprese le arterie poplitea e femorale. È importante sottolineare che la disfunzione endoteliale è implicata come caratteristica principale dell’inizio e della progressione delle lesioni aterosclerotiche (Padilla et al., 2017). Studi biomeccanici hanno indicato che una postura seduta scorretta (ad es. sedendosi abitualmente a gambe incrociate) può causare la rotazione posteriore del bacino (tilt posteriore), con conseguente diminuzione della lordosi lombare e dell’inclinazione sacrale, nonché un aumento della pressione sui dischi. Si ritiene che l’aumento dell’inclinazione pelvica posteriore determini un aumento della cifosi lombare e un aumento compensatorio delle curve toraciche. Inoltre, sul piano sagittale, una maggiore flessione toracica durante la posizione seduta è associata ad una maggiore inclinazione in avanti del collo ed estensione del rachide cervicale superiore. Sul piano frontale, l’obliquità pelvica sinistra o destra che si verifica a seguito della seduta ad arti incrociati, provoca un carico asimmetrico dell’ischio, che può anche provocare una scoliosi (Drummond et al., 1985, Jung et al., 2016). Questa posizione può anche causare la sindrome del grande trocantere, una condizione comune e dolorosa che colpisce il lato esterno dell’anca e della coscia (si verifica quando i tessuti che si trovano all’esterno dell’osso iliaco, a livello del grande trocantere appunto, si irritano) (Speers et al., 2017). La ricerca mostra anche che stare seduti con gli arti incrociati può mettere il Nervo Peroneo (noto anche come Nervo Fibulare) nella parte inferiore della gamba a rischio di compressione e lesioni (Yu et al., 2013). Ci sono anche prove che incrociare gli arti potrebbe influenzare la produzione di sperma. Questo perché la temperatura dei testicoli deve essere compresa tra 2°C e 6°C al di sotto della temperatura corporea standard. Stare seduti aumenta la temperatura dei testicoli di 2°C e incrociare gli arti può aumentarne la temperatura anche di 3,5°C, riducendo potenzialmente sia il numero che la qualità dello sperma. Ma la ricerca indica anche che sedersi con le gambe incrociate può essere utile per alcune persone. Uno studio del 2016 (Lee et al., 2016), ad esempio, ha rilevato che per le persone che hanno un arto più lungo del controlaterale, sedersi con gli arti inferiori incrociati può aiutare a regolare l’altezza dei due lati del bacino, migliorando l’allineamento. Stare seduti con gli arti incrociati sembra anche ridurre l’attività di alcuni muscoli (Snijders et al. 1995), in particolare dei muscoli obliqui, rispetto allo stare seduti con gli arti paralleli. Questo può aiutare a rilassare i muscoli centrali e prevenire sforzi eccessivi. Allo stesso modo, ci sono prove che sedersi con gli arti inferiori incrociati migliora la stabilità delle articolazioni sacroiliache (responsabili del trasferimento del peso tra la colonna vertebrale e gli arti inferiori stessi). E, naturalmente, una famosa posa yoga o di meditazione (posizione del loto) vede le persone sedute sul pavimento in questa posizione. Esistono dati limitati sul fatto che lunghi periodi di tempo trascorsi in questa posizione possano portare ad alcuni dei problemi causati dallo stare seduti con gli arti inferiori incrociati su una sedia. Qual è dunque il verdetto finale? Probabilmente è meglio evitare di assumere la posizione da seduti con arti incrociati. Detto questo, molti dei fattori di rischio associati sono probabilmente esacerbati da altri problemi sottostanti come stili di vita sedentari ed obesità. Quindi, il consiglio principale è di non stare fermi nella stessa posizione troppo a lungo e di mantenersi regolarmente attivi.

BIBLIOGRAFIA
Drummond D, Breed AL, Narechania R: Relationship of spine deformity and pelvic obliquity on sitting pressure distributions and decubitus ulceration. J Pediatr Orthop, 5: 396-402, 1985
Jung S et al. Three-dimensional change in the cervical spine in a cross-legged sitting position after a time lapse. J Phys Ther Sci. May; 28(5): 1657-1659, 2016
Jung K et al. The Effects of Cross-Legged Sitting on the Trunk and Pelvic Angles and Gluteal Pressure in People with and without Low Back Pain. Int J Environ Res Public Health. Jul; 17(13): 4621, 2020
Lee BJ et al. The effects of sitting with the right leg crossed on the trunk length and pelvic torsion of healthy individuals. J Phys Ther Sci. Nov;28(11):3162-3164, 2016
Matthews CE et al. Amount of time spent in sedentary behaviors in the United States 2003-2004. Am. J. Epidemiol. 167:875-881, 2008
Padilla J, Fadel PJ. Prolonged sitting leg vasculopathy: contributing factors and clinical implications. Am. J. Physiol. Heart. Circ. Physiol. 313: H722-H728, 2017
Pinar R et al. Effects of crossed leg on blood pressure. Blood Press. 13(4):252-4, 2004
Reiss M. Leg-crossing: incidence and inheritance. Neuropsychologia. Jun;32(6):747-50, 1994
Snijders C et al. Why Leg Crossing: The Influence of Common Postures on Abdominal Muscle Activity. Spine (Phila Pa 1976). Sep 15;20(18):1989-93, 1995
Speers J et al. Greater trochanteric pain syndrome: a review of diagnosis and management in general practice. Br J Gen Pract. Oct;67(663):479-480, 2017
Tremblay et al. Sitting cross-legged for 30 min alters lower limb shear stress pattern but not flow-mediated dilation or arterial stiffness. Appl Physiol Nutr Metab. Feb;44(2):221-224, 2019
Yu JK et al. Clinical Characteristics of Peroneal Nerve Palsy by Posture. J Korean Neurosurg Soc. May; 53(5): 269-273, 201

 

Donna Ed Esercizio Fisico

 ELAV  08/03/24

Le donne non devono impegnarsi tanto in palestra per ottenere benefici a lungo termine per la salute.

Allenamento di genere e allenamento di precisione rappresentano presente e futuro della salute e della longevità su cui ELAV lavora da anni in netto anticipo sui tempi.
In onore di questo e della festa della donna vogliamo sottolineare una recente evidenza scientifica che sottolinea la necessità di un minor impegno del genere femminile rispetto a quello maschile per ottenere gli stessi risultati in termini preventivi e di salute: una bella notizia per le donne!
Un nuovo studio a lungo termine condotto su oltre 400.000 adulti negli Stati Uniti monitorati dal 1997 al 2019 confrontando i livelli di attività fisica con i decessi dovuti a determinate malattie, ha rilevato che dopo la stessa dose di attività fisica, le donne ottengono maggiori benefici per la salute a lungo termine rispetto agli uomini.
Le donne che hanno svolto almeno una certa attività fisica ogni settimana, invece di nessuna attività, hanno ridotto il rischio di morte per qualsiasi causa fino al 24%. Per i maschi, l’attività fisica regolare è stata collegata a una riduzione di appena il 15% della mortalità per tutte le cause.
I risultati suggeriscono che gli individui di sesso maschile e femminile richiedono dosi diverse di rafforzamento muscolare regolare e cardiofitness per sfruttare tutto ciò che l’esercizio può offrire alla loro aspettativa di vita.
In questa nuova evidenza i partecipanti di sesso maschile hanno raggiunto il massimo beneficio in termini di sopravvivenza dopo cinque ore di cardio a settimana mentre quelli di sesso femminile, gli stessi benefici in termini di sopravvivenza sono li hanno ottenuti con poco più di due ore di cardiofitness da moderato a vigoroso a settimana.
In termini di sollevamento pesi o lavoro corporeo, i maschi hanno raggiunto il picco di beneficio in termini di sopravvivenza dopo tre sessioni a settimana, mentre le donne hanno ottenuto gli stessi risultati con una sola sessione a settimana.
Non affatto chiaro il perché di questo risultato, gli studi di fisiologia dimostrano che le donne hanno una maggiore complicità vascolare durante l’esercizio fisico accompagnata da una maggiore densità di capillari per unità di muscolo scheletrico rispetto agli uomini.

In conclusione

Sebbene le donne sembra facciano meno esercizio fisico nel tempo libero, il loro rischio di mortalità è ridotto più drasticamente per qualsiasi quantità settimanale o frequenza di esercizio fisico rispetto all’uomo, ma questa evidenza non tiene conto in maniera rigorosa dell’intensità di esercizio fisico.
I risultati suggeriscono comunque che le raccomandazioni di salute pubblica per l’esercizio fisico dovrebbero essere diverse a seconda del sesso e, sebbene siano necessari ulteriori studi per confermare queste associazioni ed esplorarne le ragioni, i ricercatori ritengono che i tempi siano ormai più che maturi per abbattere i limiti di un approccio “unico per tutti” alla salute fisica.
C’è la massima fiducia nel considerare queste ricerche pionieristiche adatte a motivare le donne che attualmente non sono impegnate in un’attività fisica regolare a capire che sono nella posizione di ottenere enormi benefici per ogni incremento di esercizio fisico regolare che riescono a fare e che per loro è più facile investire nella salute a lungo termine.

Fonte:
Ji H et al. Sex Differences in Association ofPhysical Activity With All-Cause andCardiovascular Mortality. J Am Coll Cardiol, 2024, DOI: 10.1016/j.jacc.2023.12.019

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